Non sei gggiovane

Voglio dire due cose: primo, che non rimani ggiovane. Puoi fare cose da ggiovane, avere l’aspetto di un ventenne (solo ieri me ne han dati 23, yeah), avere solo amici ventenni o andare ancora all’università, ma col cazzo che sei ggiovane. Secondo, che va bene così, che il paradigma sociale è attualmente sbagliato e glorificare malinconicamente il passato è una sciocchezza che fa solo venire ansia. Non dico viva i vecchi, ma era senz’altro più gratificante invecchiare in una società che riconosceva nella vecchiaia un prestigio tanto più elevato quanto più erano gli anni (e la condotta precedente, ma questo vale per tutti).

Sul primo punto, voglio spiegarmi bene. C’è una parte della vita in cui qualsiasi cosa è completamente nuova: dalla prima partita di calcio, alla prima sbronza, all’andare a vivere da solo. È nuovo il contesto, l’ambiente, il tuo corpo che cambia (nella forma e nel colore…), il tuo modo di relazionarti, le tue possibilità, le tue opinioni che si vanno formando, le cose che leggi, ascolti, conosci. Lì sei ggiovane. Poi le novità finiscono, molte cose vengono a noia se affrontate nel modo in cui lo si faceva prima (in cui tutto era bello perché nuovo). Non metto nemmeno dentro i discorsi circa la responsabilità, lo stress, le ansie. Quelle sono soggettive. Ma per tutti vale che le cose da scoprire sono limitate e, nel tempo, sempre più rare. All’inizio può essere destabilizzante accorgersi che non ci si diverte più come una volta ma tant’è. È un errore, tra l’altro, pensarla così. E veniamo al secondo punto.

Non sei più ggiovane perché mentre fai esperienze queste ti cambiano e il tuo modo di pensare cambia. Diventi più esigente mentre scopri te stesso, coltivi nuovi interessi e non può bastarti l’uscire a fare serata come massimo divertimento. O meglio, ti rendi conto che la serata (il tempo libero diciamo) è un contenitore, devi riempirlo tu. Sono stufo del giovanilismo imperante dei nostri giorni perché è ridicolo. Certo che vorrei avere 20 anni ma lo dico da trentenne cui piacerebbe poter mollare stress, ansie, fatiche, responsabilità per essere spensierati. Ma poi vedo i ventenni e mi fanno sorridere, sono cresciuto per qualcosa, mi dico. In soldoni, mi sento migliore di quando avevo vent’anni. Semplicemente c’è un prezzo da pagare.

E poi c’è la droga (non sempre, purtroppo).

Il ritorno dell’Ultimo Dandy

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Immaginatevelo sui toni del rosa Nintendo 64. Per il resto separati alla nascita

Sto facendo distrattamente zapping.

Cielo propone, anche con inconsueta spocchia, Mangia prega ama, ovverosia la via omeopatica a una sana, tranquillizzante lobotomia frontale.

Sul sei, sta per partire il ’48 delle ex di Matthew Mc Conaughey (lasciatelo stare rompiballe!).

Sul quattro Mara Carfagna si traveste da statista, che vabbé meglio così che da infermierina porca.

Sto quasi per spararmi “Qualcosa di personale”, perché, ribaltando quello che diceva Buffa, Michelle Pfeifer anni 90 è come Iverson in campo aperto. Poi però parte la filippica proto femminista e io non ce la faccio, sinceramente, anche se un po’ mi dispiace.

Giro.

Su La Sette c’é quel monumento all’irrilevanza che é Formigli che intervista tale Gozzi, che, l’ultima volta che ho controllato, dovrebbe anche essere qualcuno, anche se a vedere quanto si sbatte a ridefinire il concetto di Carneade, uno direbbe si chiede perché. Il rischio che la dialettica tra i due crei l’antimateria devo dire mi spaventa un po’, ma, Thor insegna, se deve capitare, capita. Tocca solo sperare nel mascellone che salva il culo a tutti.

Peccato che Strootman sia fuori.

Sto, anche perché la puntata é su Napolitano che, al suo secondo mandato, annuncia le proprie dimissioni con un sentito dire non smentito (perché la fantasia una volta che va al potere non la ferma nessuno).

In studio Danielona, in modalità Brenda, discute con un Cacciari che io l’ho visto spesso in Ticinese con discrete sgnacchere più tendenti al Innocent Teen che al Naughty Milf e mi sono sempre chiesto come faccia. Poi vedo le pupille e un’idea me la faccio. Comunque sia le premesse per un duello tutto giocato sul filo delle supercazzole fantacostituenti ci sono tutte (Spoiler: missione compiuta in scioltezza).

Sto e faccio bene, perché, a sorpresa, appare un mio eroe personale.

Sobriamente agghindato in giacca a quadrettini viola e rosa, senza bastone, ma con la verve dei giorni migliori, ecco Oscar Giannetto, già Ultimo Dandy, già Paladino della Meritocrazia, già vincitore dello Zecchino d’oro. Ah no, quello non era vero, ma di economia comunque ne capisce. Solo di economia? Ma no l’uomo, ha delle Soluzioni, risposte chiare, tecniche ai problemi di questo paese, (cioè, uno mica si fa un semestre a Chicago per la figa), non il solito populismo:

Questa era l’invettiva pro merito, qualche giorno prima dello Sputtanamento

Mi aspetterei se non proprio un “Taci, miserabile” almeno un “ma questo ancora in giro sta” dagli altri ospiti in studio, ma il sempre ottimo Massimo annuisce sornione, come a dire, eh lo so, lo so, ma che ce voi fa’ qua stamo a parlà coi regazzini.

E niente, amo sdoganato pure Giannetto.

Si torna dalla Santanché, che parte benino denunciando, sia pure con parole sue, il fatto che Re Giorgio è andato un po’ oltre la costituzione materiale nel suo secondo mandato. Poi si incarognisce a rivendicare che a lei di base Napolitano glie sta sur cazzo che lei gliene direbbe di altre, ma si trattiene perché è vecchio.

Mah. A parte che sul tema senilità, ci stava pure un “ha parlato la pischelletta”, tanta  perplessità, mista a una certa malinconia. Una volta non gliel’avrebbe mandata a dire, sarebbe partito un dito medio, un “c’hai er cazzetto” o almeno un “Comunista!” gridato a tutti e a nessuno in particolare. Invece niente.

Pubblicità.

Giulia Innocenzi chiama il Giovane Senza Futuro, gli chiede da quanto è disoccupato, se vive ancora con i suoi, per poi invitarlo il 13 novembre alla prima puntata di Anno Uno, dove anche quelli come te (sottinteso i poveri stronzi) possono parlare. Poi gli attacca in faccia. La telecamera zoomma sul viso perplesso del Ciofane. Vorrei che fosse una battuta, ma sto trascrivendo testualmente. Non so come si sia arrivati a questo, ma mi scopro a pensare che farsi sculacciare da Giulia in tenuta da pornosegretaria potrebbe essere intrigante.

Si torna in studio. Temo che quella del Mitico sia stata una comparsata.

Fortunatamente non è così.

Parte il servizione di denuncia. A Massa Carrara c’è stata un alluvione, sono crollati gli argini. Vabbé sarà perché erano vecchi. Non davvero, li hanno rifatti l’anno scorso. Il problema pare sia che li hanno rifatti con troppo polistirolo. La magistratura indaga. Pensano ci sia qualcosa che non va nell’ esecuzione dell’appalto, si dice. Si intervista l’imprenditore che ha la fabbrica allagata e i suoi operai, tutti, piuttosto comprensibilmente, incazzati.

Ci si rivolge all’esperto, il quale, con quella distanza e compostezza che si accompagnano a una vita dedicata agli studi, da prima suggerisce ai Carraresi di “fare da soli” perché “ a Genova il governo ha concesso una proroga nel pagamento delle tasse, ma poi ti chiede la sanzione” (nesso?) per poi concludere che in “un paese serio se c’è da fare una strada la si fa”. Che poi tradotto dal cazzarese è una meravigliosa crasi di “piove governo ladro” e “noi siamo la ggente perbene”. Ovviamente, se c’è un appalto per fare un argine e l’imprenditore che lo realizza, per risparmiare sui materiali, allaga una città, non è che siamo di fronte a un caso di truffa misto a tentata strage. Non c’è un problema di controlli sulle commesse pubbliche e, magari, di contrasto alla corruzione (sai mai che il costruttore era amico di un amico). No, “è la natura che si ribella alla burocrazia”. D’altronde sono certo che le dighe a Detroit le hanno costruite i privati ispirati da un sacro fuoco randiano.

C’è però una certa coerenza nell’Oscar-pensiero: difficile all’alba dei sessanta, dire che forse forse parte dei problemi di questo paese sono riconducibili alle ruberie dei colletti bianchi quando per tutta la tua vita da adulto hai lavorato per il capobanda, sostenendo, a ogni avviso di garanzia che era colpa dei comunisti che colpivano Lui per impedire la grande rivoluzione liberale. Com’è che era ? “ Riformare il codice di procedura e la carriera dei magistrati, con netta distinzione dei percorsi e avanzamento basato sulla performance” (chissà quanti punti si prendono a indagare sugli appatli). Poi si l’importante é fare la faccia di quello che non la manda a dire. E com’é sta faccia?

Così:

Passa tale Gay (sarà infantile, ma me la ghigno), capo dei giovani industriali. Chiacchiere sull’Irap.

Poi servizio su Renzi che prima era un simpaticone e si faceva intervistare da Zoro e mo fa lo stronzo. Boh.

Segue altro servizio su Renzi e sulla bella trovata della cena fund raising. Simpatico siparietto del ‘Teo che racconta la barzelletta del marito che dice alla moglie che va a dare ottocento euro al PD e quella non ci crede.

E fa bene.

Comunque sia, un po’ di pelo alla cena apparentemente c’era. Tipo, a Milano, Stefania Rocca che era gnocchissima in Viola e lo è tuttora e non capisco perché non si veda più spesso in giro (non c’entra niente, ma andava detto).

Finalmente è il turno dei 40 secondi sulla finanziaria, affidati alla Signorina Con La Faccia Seria. Nel dettaglio non c’ho capito una sega, era tutto un rimpallarsi di cifre sparate alla velocità normalmente riservata ai risultati della Lega Pro, ma grosso modo il senso era che la manovra è meno espansiva di quello che si crede. C’era un passaggio in cui si spiega che con il TFR in busta paga un lavoratore dipendente percepirà fra l’otto e il quindici percento di pensione in meno rispetto a prima.

Che magari è vero, ma sarebbe interessante capire come e perché….

Ma l’Oscar della Finanziaria che ne pensa?

Ne pensa che é tutto giusto e tutto vero, Renzi è un cazzaro come tutti i politici, Brava Signorina con la Faccia Seria, ma vi siete dimenticati una cosa importante: l’aumento dall’11 al 26% della tassazione su qualcosa che parrebbe essere il montante dei contributi della previdenza integrativa o forse gli interessi pagati da un qualche strumento di risparmio. O addirittura qualcosa che con la certezza di cui solo antani scappella prematuratamente a destra.

Comunque il punto non è quello. Il vero scandalo, e uno già sente il veleno salire, è che trattasi di “tassa retroattiva” che è “la vera porcata”.

Uhm, a parte che per come l’hai spiegata tu parrebbe essere o un prelievo sul capitale accumulato (quindi una sorta di patrimoniale) oppure un cambiamento nel trattamento fiscale dei redditi da capitale. Che sono due cose sicuramente non piacevoli, ma tutto fuorché scandalose. Probabilmente però ho capito male io, in fondo sono stanco e di queste cose non ci capisco. Mica ho studiato con Friedman io.

Detto fatto: “è tipo come se la Fiat dopo aver pagato gli stipendi a fine anno chiedesse ai suoi dipendenti di restituirgli una mensilità. Capito? Io me ne andrei. Ecco la tassazione retroattiva è esattamente la stessa cosa”.

Uhm, no Oscar caro, no. Capisco che per uno che è abituato a respirare il vento liberal della East Coast concetti come “Stato” e “Impresa” possono assumere dei contorni un po’ sfumati, ma no, non è per un cazzo la stessa cosa. Però ormai è già montata la compiaciuta rabbia che nasce da una giusta indignazione. E di fronte a un così amabile cazzaro, cosa fare se non unirsi al coro ?

Ancora una volta, tutti insieme:

Il Worm

Domenica, brunch con le ragazze

PInktrotters

Ok, chiariamo subito un punto c’è sempre una buona ragione per fare il culo ad un uomo anche senza motivo, c’è chi l’ha definita invidia del pene[1], io mi limito a segnalare che c’hanno un sacco di becere facilitazioni (i.e. fanno gruppo, non soffrono di stitichezza, hanno un rapporto sano con la loro sessualità – dai amiche al concetto dildo noi c’arriviamo alla soglia dei 30 in preda a una crisi di astinenza invernale – , non hanno la cellulite, sono impermeabili a ad una serie di cose tipo le relazioni).

I maschi sono easy, mettiamocela via e continuiamo a perseverare con grinta nelle nostre cazziate nei loro confronti perché è giusto così.

Ma proviamo per un secondo a spostare l’attenzione sull’universo femminile tenendo bene a mente che il concetto di uomo ci servirà.

Partiamo dal postulato sex&thecity con cui la mia generazione è cresciuta:

Ragazza, se non ti sfondi di nutella, abiti in un paese occidentalizzato, godi di un forte gruppo di amiche di sostegno –anche cesse –e, di base, ti depili IN OGNI CASO tu, in quanto donna, meriti e conseguirai MR BIG.

Mr big

Tutto ciò ha creato molte turbe, fraintendimenti e verso i trenta sedute dallo psicoterapeuta post consumo di bamba. Il punto è che sul tema si è già discusso e io sinceramente non voglio proprio tornarci. In ogni caso, se vi interessa, Selvaggiona ha compensato il fatto di essere la principale competitor di tutte noi costruendo una carriera giornalistica sull’interpretazione del rapporto maschio/femmina e sull’essere dolcemente complicate.

La questione su cui vorrei soffermarmi sono loro, le Sorelle:

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Il gruppo di sostegno, le zitelle, le comari, le compagne, le flowerpower, le spice sono un meraviglioso ausilio ma sono anche una terribile condanna. Sempre di più e sempre più spesso ad una certa età il sostegno diventa autocompatimento che abbassa la soglia del piacere e alza quella della disperazione. E anche le gag simpatiche in cui ci si commenta vicendevolmente i corni diventano un processo alle intenzioni.

Ed è sempre comunque colpa del postulato di sex&thecity.

Ma facciamo un passo indietro, all’inizio i maschi una mano ce l’avevano anche data, un’indicazione di massima, un “potete divertirti anche voi, tutte insieme e nel frattempo farcelo diventare duro”. Uno su tutti si era interessato alla questione, un personaggio discutibile, ma il concept aveva un suo perché. Correva l’anno 95’ e le Ragazze erano queste:

NOn é

Un concetto di  freschezza, leggerezza, grasse risate, tutte colorate, non sembrano farfalle?.. ok femministe, sono pronta, sparatemi addosso…. il riferimento serve solo a capire a livello iconografico da dove siamo partite e dove ci troviamo ora. E chissene degli uomini, ma sull’onda di Ambra noi ci si sarebbe anche divertite un sacco facendo grosse cagate, insieme e senza un maschio all’orizzonte.

Èquella fottuta matta di Carry che ha spento le casse e staccato la musica. Musi lunghi e disperazione oppure un uomo nei paraggi, non si discute, nessuna zona grigia. E mi raccomando che ci sia un progetto dietro perché qui il tempo passa e la cera squaglia. Parte la combo due diligence/famo il closing, applausi delle Sorelle.

Carry era una psyco è questo si sa e Mr Big ora è un homless omossessuale e sensibile, Miranda era una sfigata, con un taglio discutibile corredata di uomini con una fisicità alla Fassino e, dulcis in fundo, Charlotte quella che per sposarsi uno gnomo, calvo e panzuto ma jewish si converte anche lei e inizia a cucinare Ptitim. La cosa grave dove sta? La pazza ha premeditato tutto fin dall’inizio, incastra il povero nano a seguito di proof reading della dd con le altre. Per non parlare del fatto che per una stagione intera la smena con il fatto che non riescono ad avere figli, dico ma ti sei vista?

L’unica che si salva è Sam. Si salva perché ha fatto questo:

sushi

Aspettando lui:

Jason

Io l’ho fatto aspettando un pugliese, e comunque chi di voi è senza peccato scagli il primo condom.

Resta il fatto che, pare, New York sia popolata solo da personaggi talmente grigi e bidimensionali che a cinque anni di distanza te li ricordi per come si vestivano o per gli uomini che si sbattevano.

Cosa ci hanno insegnato le paladine del FFF – ovverosia food, fucking and fashion – cit. Natalia Aspesi, aka la regina delle zitelle, mica la fruttarola sotto casa? Come uccidere il divertimento:

  1. “Fai del tuo guardaroba un capolavoro dell’action painting.” Metti la comodità da parte, stupisci le tue amiche, atterrisci il tuo uomo.
  2. “Bevi con moderazione.” Trovatemi per favore un episodio in cui una di loro da ubriaca fa la “cosa giusta”.
  3. “Sfondati di cibo, ma solo la domenica, al brunch, scambiandoti cinque alti.” Il lunedì però si torna al Juicebar, che comunque si va verso i trenta e basta un attimo.
  4. “Bere Martini Cocktail, se pesi 25 chili e ti nutri escusivamente di farro, soia e anfetamine fa sì che i tuoi venerdì sera finiscano alle 22.15. Questo è un giusto prezzo da pagare per fare parte dell’elite del gusto.” Nel frattempo Mister Big al IV moscow mule sta invorticando una che, magari non è sul pezzo sulle ultime tendenze in fatto di finger food, ma almeno sta in piedi e non seduta (o piegata) su un cesso. Io di mio spero tu ce la faccia Big.
  5. “Muoviti!” Il tempo passa tu diventi vecchia, non mi importa se hai studiato se hai viaggiato se sei divertente e parli le lingue. Le Manolo Blachet non si pagano da sole.
  6. “Dopo i trenta un unico motto: con le Sorelle si parla di botox, della crema allo sperma di toro e dello stone massage” Oltre che di maschi of course.
  7. “Non scherzare!” Essere perculatorie le une con le altre non serve, non c’è tempo, noi dobbiamo sostenerci, dirci delle sane bugie, analizzare, esaminare e verificare la correttezza strategica dei nostri comportamenti e solo così potremo arrivare sane e salve all’obiettivo: non rimanere zitella
  8. “Scopa solo ed esclusivamente se puoi ottenere qualcosa (un anello, un prossimo appuntamento, un cane, un figlio).” Non commento, perché fuori Manhattan sta cosa ha un nome preciso..

Carry , possiamo dire che ti stai alle donne come la Leopolda sta all’Italia?

Grazie. Le mie serate femminili sono una seduta di gruppo con focus sulle relazioni, ricognizione sugli ultimi matrimoni e le gravide, istat sulla possibilità di farci fecondare nei prossimi 7 anni mentre, in questo momento, Ambra si sta facendo ingroppare da Renga che è la parodia della qualification cantante ma resta un bel pezzo di manzo.

Tippete

[1] Freud disse: “le ragazze sentono profondamente la mancanza di un organo sessuale di egual valore a quello maschile, esse si considerano inferiori e l’invidia del pene è il motivo principale di un certo numero di caratteristiche reazioni femminili”. Giuro che lo trovato su WIKIPIDIA.

Deconstructing Valentina Nappi

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Oggi sull’edizione online dell’espresso è comparso questo pezzo (a memoria direi che il quarto o il quinto dello stesso tenore). Si tratta di un’intervista a Valentina Nappi, una pornoattrice che è riuscita a emanciparsi dal ghetto porcellone in cui bivaccano le sue colleghe di minor fama e a diventare un sia pur bizzarro personaggio mainstream.

Qual è il suo pitch? Beh, apparentemente, non siamo di fronte a un’attrice di film per adulti, ma a una “pornostar filosofa”.

Ho letto l’articolo, cosa che consiglio a tutti di fare, e devo confessare che mi ha messo una tristezza infinita.

E non dico questo perché ce l’ho con il porno. Io, ho 28 anni, faccio parte di una generazione di nativi dell’adsl ho guardato, e guardo volentieri della pornografia (come peraltro probabilmente avete fatto e fate voi che mi state leggendo in questo momento).

Ho visto anche qualche suo video e, secondo me, la ragazza, oltre a essere molto attraente, è una grandissima interprete. Cioè da l’impressione di fare quello che fa con passione, con convinzione, divertendosi (quanti under 30 possono dire lo stesso del proprio lavoro?) e, mi auguro per lei, ricavandone significative gratificazioni professionali e personali.

Penso anche che abbia fatto benissimo a costruirsi questo personaggio, o quantomeno, a porsi nella maniera in cui si pone: se c’è un settore in cui, al tempo di Internet, la teoria malthusiana dei salari esplica i suoi effetti più deleteri, beh, è sicuramente quello della porno. In fondo, in un mondo in cui qualsiasi coppia di stronzi con una telecamera può riprendersi mentre scopa e mettere tutto in rete in dieci minuti e soprattutto in cui si può trovare qualsiasi film gratis e in streaming, per quale motivo io produttore di film porno dovrei pagare te più del salario di sussistenza (secondo gli “habits and customs”) quando alla mia porta ho una legione di altre attrici, sostanzialmente fungibili tra di loro, che sono disposte a fare la stessa cosa? (Non è giusto ? Beh, se lo fosse stato un certo tedesco avrebbe passato le sue giornate andando a pescare invece di scrivere tutti quei lunghi e noiosi volumi sul capitale). E allora ben venga il personaggio, almeno ci si distingue…

No, io non ho un problema con la “pornostar”, ma con la “filosofa”. E questo non perché le due cose siano incompatibili fra di loro (Borghesuccio! Moralista!), ma semplicemente perché ho letto buona parte degli articoli che hanno scritto su di lei i media nazionali e devo ancora trovare l’ombra di un pensiero, non dico originale, ma semplicemente sviluppato oltre la dimensione dello slogan.

Facciamo qualche esempio: l’articolo di oggi si apre con la dirompente affermazione: “Oggi non c’è più una ragione razionale per ostacolare un sesso slegato dalla dimensione cosiddetta affettiva o amicale, un sesso creativo che può anche coesistere con forme moderne di individualità sociale o con strutture monogamiche dal punto di vista esistenziale.

Urca! Se questa è una profonda riflessione sulla sessualità ogni sabato in Piazza Trilussa va in scena un Nuovo Simposio. No, perché, ma “basta menate, perché non possiamo semplicemente scopare” è esattamente il tipo di riflessione che fai nell’età dell’acne con i tuoi amici dopo una delle tue prime canne, e che di solito si accompagna ad altre epifanie del tipo “più case e meno chiese” o il sempiterno “giusto o sbagliato non può essere reato”.

Da notare la locuzione “forme moderne di individualità sociale”, che mi porta a chiedere sommessamente come faccia l’ ”individualità” a essere “sociale” e soprattutto in cosa consista la sua forma moderna. Mi perplime poi il concetto di “strutture monogamiche dal punto di vista esistenziale”, o meglio, più che altro sono invidioso perché, personalmente, è una vita che cerco di portare avanti il concetto “ ti voglio bene, ma vorrei scoparmi tutte le tue amiche”, ma non sono mai riuscito a dirlo così bene…

Da lì a un altro grande classico della birra post-calcetto il passo è relativamente breve: “Se tu esci da questa pizzeria e chiedi a 100 ragazze di venire a letto con te, nessuna ti dirà di sì. Se lo faccio io, trovo 100 ragazzi, e non perché sono una pornoattrice” con l’ovvio corollario che “le donne usano la vagina per avere un potere sull’uomo. E non parlo solo della segretaria che vuole fare carriera. Ma soprattutto della moglie che si inventa il mal di testa per punire il marito. O della ragazza che aspetta la decima uscita per concedersi.

Ragionamento interessante, peccato che affermare che tutte quelle che non la danno a prima richiesta, ma inseriscono la propria sessualità in un discorso chiamiamolo affettivo o relazionale, stanno “usando la loro vagina per avere un potere sull’uomo” può condurre a esiti interpretativi un po’ paradossali: un tizio, invero piuttosto truce, che conoscevo, teorizzava l’equiparazione fra corteggiamento e prostituzione sostenendo che, “in una maniera o nell’altra queste vojono qualcosa da te, che je paghi la cena, che le vai a prende al lavoro, che te sistemi co loro” il che lo portava a concludere che “invece se vai in appartamento e je dai na piotta fai prima e risparmi”.

Boh, anche se rispettiamo tutti le sue opinioni (ciascuno è libero di vedere il mondo a modo suo) manco al bar è considerato uno particolarmente acuto.

L’intervistatore prosegue poi enumerando alcune battaglie della Nostra, tipo la volta in cui ha detto “ai provini accetto tutti, ma non i grillini” (che lo confesso mi ha fatto tagliare) o quando ha provocato Salvini postando una foto di una sua ganbang “all black”. Ora, al netto del fatto che trollare Salvini è un dovere civile, io, se fossi stato l’intervistatore, le avrei chiesto se non le sembrava contraddittorio battersi per una sessualità istintiva, occasionale, che segua solo il desiderio, eppoi fare del proprio corpo uno strumento di lotta, diciamo così, politico- culturale… Insomma, se l’unico criterio che ispira la tua vita sessuale è il piacere, il divertimento che so tutte ste sovrastrutture? Se utilizzare la propria vagina per influenzare un uomo è sbagliato, non pensi che utilizzare la tua,  che è un filino più conosciuta e influente della media, per cambiare la società lo sia altrettanto se non di più?

Da lì in poi si sarebbe potuto sviluppare un discorso di un qualche spessore sul rapporto fra significante e significato che andasse un po’ più in là della solita tarantella da Sexy Bar a tema “la promiscuità è divertente” (grazie Corrado che continui a combattere per noi) o “basta co sti moralismi e clericali” . A quest’ultimo proposito, se piace il genere, c’è una trasmissione apposta – “Stracult”- tre argomenti affrontati a rotazione: la commedia all’italiana, Er Monnezza e l’epopea di Schicchi, va avanti da anni, e spero che vada avanti per sempre).

Intendiamoci, Valentina Nappi può essere una profonda pensatrice con il gusto per la supercazzola (e io me lo auguro) o una deficiente che ha sentito un po’ di cazzate qua e la e le remixa perlopiù a caso. Tipo una versione sotto steroidi di quella vostra compagna di classe che ha rasoiato per anni sul filo dell’interdizione legale salvo poi scoprire Coehlo, convertirsi al buddismo e sfasciare le balle a tutti con la sua nuova profondità spirituale.

Di base fatti suoi, ma così certamente non lo scopriremo mai.

Quello che mi rattrista è la logica dietro a questo tipo interviste, il diabolico meccanismo che cerca di ridurre tutto a un un’etichetta, una polpetta grigiastra, bonificata e predigerita per una più facile assimilazione (in questi tempi di analfabetismo di ritorno, non si può dare ai lettori una visione problematica della realtà, sennò si stancano), ma ancora vagamente provocatoria, strana, bizzarra.

Bisogna fare contatti, condivisioni, magari diventare virali, sennò il traffico (e i piccioli pubblicitari) come lo otteniamo?

E allora via alla pornoattrice filosofa, alla suora cantante, al macellaio vegano, ai tre stronzi che hanno girato gli states portandosi dietro il loro divano, all’architetto che fa che le case a forma di Hello Kitty e chi più ne ha più ne metta.

Vogliamo la situazione, la battuta fulminante, la provocazione, il personaggio, o meglio ancora, il freak. E poco importa se questa overdose di minchiate sta lentamente debordando dalla colonna destra di repubblica a ambiti un filo più significativi della nostro discorso pubblico (ciao Teo!).

Il comandamento è uno solo: mai, mai chiedere perché.

Perché in una società in cui una può dire quattro minchiate latamente libertarie condendole con uno jargon vagamente aulico e passare per una geniale pensatrice, di base perché Daniele Castellani Perelli ci garantisce che “dialetticamente, Valentina è tutt’altro che facile, è un osso durissimo” (avrei dato qualsiasi cosa per assistere a questi momenti di alta maieutica), beh, è difficile aspettarsi una reazione critica rispetto a boiate di ben altro momento.

E questo è molto triste

Il worm

PARIS IS BURNING – MILANO STA BRUCIANDO

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“Paris is Burning” è un documentario del 1990 girato da Jennie Livingstone. In Italia non credo sia molto conosciuto, tant’è che la relativa pagina Wiki è presente solo in inglese, spagnolo ed ebraico.

Girato verso la fine degli anni ’80, è uno spaccato della c.d. ball culture di New York, un fenomeno di aggregazione ed intrattenimento proprio della comunità gay, transgender e drag, soprattutto afroamericana ed ispanica, che vive(va) nei quartieri periferici della City. Anche Madonna, con la canzone “Vogue” e il relativo video musicale, prese ispirazione da uno dei balli tipici prodotti dalla ball culture, facendo conoscere il “voguing” al pubblico mainstream. Forse per quello poi il documentario è stato dimenticato.

E’ molto carino, secondo me andrebbe visto. Ci sono molti temi interessanti anche per una città come Milano, perché parla di moda, di emarginazione, di omossessualità e di aspirazioni di rivincita.

Poi (1) è anche bello per le immagini di New York fine anni ’80 e le relative musichette house e un po’ funky.

E poi (2) c’è anche una bella frase che si puo’ usare come status su facebook per giustificare le proprie marachelle o le brutte frequentazioni (“When someone has rejection from their mother and father, their family, they – when they get out in the world – they search. They search for someone to fill that void”).

Insomma, è molto meglio e piacevole de “Il Diavolo veste Prada”.

Qui sotto il link a youtube in lingua originale, purtroppo non so se esista sottotitolato in ITA.

 

La Decisione di Federico Buffa

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C’era una volta un ragazzo, un pischelletto milanese, che aveva capito come fottere il sistema. Ma fottere davvero, non come quei bauscetti che oggi entrano in pass e bevono Grey e che domani porteranno Lapo, il carlino griffato Cavalli della Manu (già una che quando beve la smolla, oggi moglie, madre, donna), a pisciare in parco Ravizza chiedendosi se pensare ai gonfi testicoli di Consuelo dos Santos, professione ballerina, li renda culattoni o solo degli innocenti curiosoni.

Questo ragazzo aveva avuto un’idea semplice: mi iscrivo a giurisprudenza, studio sei mesi, poi parto per la California, guardo tutte le partite che riesco a trovare e mi accollo a chiunque, poi torno nella capitale morale e li tiro tutti scemi con le due grandi passioni meneghine: schiacciare palle gonfie in buchi stretti e usare l’inglese come interiezione.

Il ragazzo che si chiama Federico Buffa, diventando uomo su ‘sta cosa ci ha costruito una carriera, diventando il più grande commentatore sportivo che questo paese abbia mai avuto e con un certo distacco sul secondo. Tipo il distacco che c’è fra il mio scout preferito (Jerry Lewis in Mr. Smith va a Washington) e quell’altro.

Per un po’ il Nostro ha predicato dalla montagna, con un Fla’ che gli lanciava alley hoop come Cliff Paul a un compagno di squadra più interessante del tizio che salta le KIA. Ovviamente ha fondato un culto: alle presentazioni il pubblico gli si rivolgeva con quella deferente ammirazione solitamente riservata al Boss e al pistola che si è messo con Kate Upton.

Poi si è rotto le balle e uno lo può capire – non è che uno può passare la vita a esaltarsi commentando Nate Robinson che schiaccia saltando dalla linea del tiro libero sul 110 a 65.

Oddio in realtà uno potrebbe, ma tant’è… (altro…)

IN CONTESTO SIGNORILE

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Sarà capitato a chiunque, alla ricerca di un immobile ad uso abitativo, in affitto o in vendita, di imbattersi nella più classica espressione da annuncio immobiliare: quella del “in contesto signorile, vendesi grazioso…” oppure “bella singola in contesto signorile”.

Chi legge tende, quindi, a pensare che il “contesto signorile” sia una figata, che quella zona o stabile sia abitato da dei lord inglesi colla bombetta e il bastone per allontanare eventuali extracomunitari. Tipo un Club dei Signori, dove esci di casa, incroci il vicino e ti scambi quelle rapide risatine d’intesa, a voler dire “Ti ho riconosciuto, sei un Signore, sei dei nostri”.

Tutto ciò ti attrae molto, senti come un brividino, non sei pienamente sicuro di aver inteso che cosa significhi “contesto signorile”, ma non puoi sbagliare, l’italiano lo sai, quell’espressione vuol sicuramente esprimere ricchezza e dignità sociale, punto.

A voler essere proprio sicuri, ti viene in mente che in Veneto, le piazze più signorili delle città si chiamano tutte “Piazza dei Signori”. Insomma, c’è anche la Serenissima dalla tua parte, hai la Storia che ti firma una fidejussione bancaria a prima richiesta.

Insomma, vuoi vedere che pure tu, da sempre portavoce delle pezze al culo, ora, con un piccolo sforzo economico, potrai entrare nel Club?

Alle rimostranze di tua nonna, la quale ti fa notare, dubbiosa, che già dalle foto dell’annuncio si capisce che manca lo spazio per gli armadi e che al TG4 dicono sempre che quella zona si allaga ogni mese per le esondazioni del Seveso”, tu rispondi, secco, “nonna, ma non vedi che è in un contesto signorile?”. E lei non può più dire un cazzo, anzi, subisce il punto e muta, cara nonna, vai a bagnare i fiori col bagnafiori.

Poi però, di notte, mentre dormi, il cervello ti pop-uppa una finestrella, un annuncio lontano, uno che avevi visto di sfuggita ed eri passato oltre, perché il prezzo era davvero troppo alto. Ora non sei più sicuro, ti si insinua il dubbio che resterai il povero stronzo di sempre. Stai sudando, non riesci a capire cosa sia quel rumore lieve di sòla che ti disturba. Fino a che realizzi che quell’annuncio maledetto, quel pop-up mandato dal demonio, usava l’espressione “in contesto MEDIO-signorile”.

Che cazzo vuol dire MEDIO, accostato a signorile? Ci sono dei signori medi? Tipo un mezzo signore che con una mano ti accarezza e con l’altra si scaccola? Che calza le Adidas disegnate da Italian Independent ad un piede ed all’altro delle pulciose Sebago o Nike Air Max?

Il Signore Medio e il Signore Completo non possono coesistere. O uno è un Signore, o non lo è. Anche la religione dei Signori, la cattolica, lo afferma. Dio è uno, ed è il Signore. No room for a lesser God.

I veri Signori, se realmente esistono, non stanno certo di fronte ad un pc a spulciare annunci, né davanti alle vetrine delle agenzie immobiliari, per acquistare una casa. Hanno chi lo fa per loro, evitando lo strazio di dover fissare per ore i nodi grossi delle cravattine corte che gli agenti ti sbattono in faccia, da veri elegantoni.

La conclusione arriva. Il contesto signorile, purtroppo, è il concetto studiato apposta per te. Contesto signorile significa appunto questo: “contesto povero, con una imbiancata di calce, per camuffarne l’odore”. Mentre “contesto medio-signorile” significa “contesto povero uguale, ma senza portineria”.

L’unica possibilità che ci rimane è quella di spegnere la lucina dello stand-by di televisori, computer ed altre elettrocose. Con i soldi risparmiati, chissà.