DI MATTINA, IN METRO

metro

La mattina, in metro, ha l’oro in bocca.

 

Dipende: non sempre.

 

Certo è che la metro di Milano rimane un buon osservatorio sociologico.

Talvolta ci si può trovare dalla parte di chi scrive – osservatore del tutto parziale – talvolta al posto delle cavie da laboratorio che hanno scelto la Milano sotterranea per muoversi durante la settimana lavorativa.

 

Che la linea sia gialla, rossa, o verde (in quest’ultima accade ancor più spesso) in metro ci accompagna sempre un odore di umanità che sa mescere con sapienza, in egual percentuale, l’afrore degli spogliatoi maschili del lunedì sera e l’aria della fonti sulfuree ad agosto.

No way…

D’Inverno la soluzione elettiva è sciarpa sul volto alla Vallanzasca. In Estate naso ficcato nelle fessure delle porte.

 

Non di rado incontriamo il classico personaggio uscito da un frantoio e catapultato nel vagone: olio sui capelli, colletto della camicia sbottonato, dentifricio sbavato sulla guancia e una dose significativa di forfora sull’abito grisaglia.

Che sia incuria o tendenza, la metro accoglie i “lucidi” amici indistintamente, abbracciandoli e portando sui corrimano, per i nuovi passeggeri, il loro lieto ricordo.

 

Qualcuno tiene sottobraccio sacchetti di marchi prestigiosi, dissimulandone il contenuto: carte lucide, patinate, celano perlopiù un tupperware con il pranzo all’interno ed un tovagliolo accartocciato malamente intorno ad una forchetta ed un coltello Ikea.

Di solito il sacchetto si abbina a un look che non può prescindere da una borsa in cerata Harrods, preferibilmente con orsetto, un ferma capelli dai colori shocking / fluo, smalti non curati e frastagliati all’estremità manco i fiordi norvegesi e ballerine a tacco tronco, quasi dovessero sostenere l’appoggio sbilenco di un frigorifero.

 

Alcuni fingono di leggere emails, concentrati con lo sguardo fisso sul display: inizia presto l’esercito di Tinder ad operare in missioni ad alto rischio, appena fuori casa.

Sul telefono d’ufficio o quello di studio i più meticolosi tengono un portfolio alla John Casablancas.

 

Qualcuno delira leggendo, di prima mattina, le notizie sportive; altri ancora smanettano in chat nervosamente dissimulando l’“ultimo accesso” sin tanto che Whatsapp non carica la rete.

Decine di selfies vengono scambiati, mentre gli “atteggini” intrattengono conversazioni che, anziché di lavoro, hanno ad oggetto l’ultima cartella esattoriale notificata.

 

Si scoprono molte cose in metro: basta solo fare mente locale alla straordinarietà della routine d’ogni giorno.

 

I 40 enni guardano le ragazzine dei licei, mentre queste ultime si accreditano a serate in cui manco la sorella milf divorziata entrerebbe. In compenso, durante le predette serate, qualcuno entra nelle ragazzine, e lì sì che la milf divorziata sarebbe utile a riportare un giusto karma.

 

Il ragazzo del Sud da poco tempo a Milano si appunta mentalmente che “…devo buttare le Hogan, la camicia Harmont&Blaine arcobaleno la metterò una volta giù, qui non va, tolgo gli occhiali con “Prada” a caratteri cubitali e, ormai, mi tocca pure liberare il freezer dalle conserve di nonna. Settimana prossima, poi, GetFit”.

 

Quella / o che ferma a Montenapoleone, mediamente, non rivolge lo sguardo a nessuno, consapevole del volgo anti-fashion che ne soffoca i sentiti scambi di opinione e serrati confronti circa la fine del matrimonio di Valeria Marini.

 

Due dirimpettai, dark, limonano duro. Sicché c’è da chiedersi se – di prima mattina – gli effetti delle radiazioni si annullino vicendevolmente.

 

Ci si ritrae, allora, isolandosi nell’autismo delle 9 di mattina confortati dall’ “apertura porte a destra”.

Un “OHHHH, come stai” scalfisce la volontà di non rivolgere lo sguardo a chicchessia fuorché al pavimento ondulato del vagone, ma tocca rispondere con frasi di circostanza sperando che l’interlocutore non s’accorga degli occhi gonfi e del doppio mento.

 

Ad altezza Duomo la marea umana muta, e i flutti portano nuovi passeggeri, diretti a nuovi porti: c’è il porto della scarpa a punta quadrata, del mendicante, dell’innamorarsi giusto il tempo fra una fermata ed un’altra, del panino o brioche a cui cadono i pezzi sul passeggero accanto, dell’addormentato con la testa reclinata, della cravatta nel taschino, del borsone da palestra.

 

Il ritratto è incompleto, necessariamente. Lo spazio è quello che è.

 

Liberi di contemplare altre figure.

 

Ma quanti di voi l’hanno fatto? E, soprattutto, sicuri di non essere già nell’articolo.

 

Buona apertura di stagione estiva, amici: rigorosamente in abito, in metro, e senza aria condizionata.

 

J.K.

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