Le cronache del parafango

Avvocato

Corte di Appello di Roma, ore 9.45, una folla attende l’apertura della sala udienze in un’ anticamera afosa e insostenibilmente umida. In questa umanità variopinta, e per lo più triste, spiccano, come sempre accade quando si riuniscono un certo numero di “giuristi”, una serie di figure sospese a metà strada tra il comico e il tragico.

Si va dal canuto gentiluomo che, citando gli insegnamenti del suo vecchio, professa a gran voce la sua convinzione che “se hai fatto il classico, poi puoi fare tutto”, compreso, a quanto pare, cambiare una serranda. Guardando la sua giacca lisa e il fatalismo con cui si aggira per i corridoi mi chiedo, se fare il classico consenta anche di fare un lavoro più soddisfacente e remunerativo dell’avvocato, ma mi sembra di capire che la risposta sia un secco no.

C’è il Ciccione, che sta spiegando a un consulente del suo cliente (l’Ingegnere) la disciplina di istituti giuridici che, prima facie, esistono solo nella sua mente. “Lo so Ingegnere, Tizio è così, lui fa i casini poi spetta a noi risolverli”.

Davanti a me il Manzo e la sua abbronzatura da “Gianni, voglio il centrale per sabato a mezzogiorno che con l’Architetto se giocamo na mezza fella” cazzeggia con l’avvocato di controparte, un’avvenente signora in total yellow, che, evidentemente deliziata dall’ assenza di sculettanti praticanti, alterna commenti civettuoli a “scusa collega, devo rispondere a questa chiamata”. Al terzo giro le parte un “Daisy no, devi andarci oggi in lavanderia” che guasta un po’ la magia, ma continuo ad augurarmi che dopo la precisazione delle conclusioni scatti una sessione di anal, intenso, colpevole, repentino. Che poi lo sanno tutti che è l’anal migliore.

Nell’ immaginario popolare quella dell’avvocato è un figura moralmente ambigua, un mestiere che richiede di non credere in nulla se non nel proprio personale tornaconto. In realtà chiunque si faccia una passeggiata a Piazzale Clodio, specialmente in primavera o estate, sa che la verità è un’altra e più terribile: il Tribunale di Roma non è popolato da figli di puttana con la bava alla bocca, ma da poveri diavoli cui la vita, e l’infernale meccanismo in cui sono inseriti, ha insegnato una sorta di scetticismo ontologico e totale, ‘na roba che è più vicina a Berkley, di quanto lo sia ad Harvey Specter.

A me mamma Bocconi ha regalato una pratica in studi in cui gli avvocati si vantano del proprio vestito sartoriale buttando là, perlopiù un tanto al chilo, termini inglesi che evocano alta finanza e transazioni milionarie con imprevedibili risvolti geopolitici. Studi con tavoli sospettosamente lucidi e trasparenti in cui, se l’aria condizionata non raggiunge lo zero assoluto, boh, devi cominciare a preoccuparti. Vedere come alla fine della fiera, quando tutte le cazzate sono state svelate per quello che sono e si arriva al redde rationem, quel che resta è un suk in cui, con un po’ di impegno, un contatto per comprare er pezzo lo trovi facile, mi da la speranza che, sbattendo tre volte i tacchi delle mie scarpette d’argento, io possa tornare magicamente a casa.

Si aprono le porte. Il presidente di sezione, “rinvio al 2017 tanto per allora non ci sarò più” (morto o pensionato?), gestisce l’aula con piglio efficiente, ma senza risparmiarsi una battuta con il suo consigliere preferito, la spalla perfetta che, per una fortuita coincidenza, vanta anche un forte accento partenopeo.

Vorrei alzarmi e chiedere come sia finita con la malafemmina, ma pare brutto

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