Deconstructing Valentina Nappi

valentina-nappi-4-3

Oggi sull’edizione online dell’espresso è comparso questo pezzo (a memoria direi che il quarto o il quinto dello stesso tenore). Si tratta di un’intervista a Valentina Nappi, una pornoattrice che è riuscita a emanciparsi dal ghetto porcellone in cui bivaccano le sue colleghe di minor fama e a diventare un sia pur bizzarro personaggio mainstream.

Qual è il suo pitch? Beh, apparentemente, non siamo di fronte a un’attrice di film per adulti, ma a una “pornostar filosofa”.

Ho letto l’articolo, cosa che consiglio a tutti di fare, e devo confessare che mi ha messo una tristezza infinita.

E non dico questo perché ce l’ho con il porno. Io, ho 28 anni, faccio parte di una generazione di nativi dell’adsl ho guardato, e guardo volentieri della pornografia (come peraltro probabilmente avete fatto e fate voi che mi state leggendo in questo momento).

Ho visto anche qualche suo video e, secondo me, la ragazza, oltre a essere molto attraente, è una grandissima interprete. Cioè da l’impressione di fare quello che fa con passione, con convinzione, divertendosi (quanti under 30 possono dire lo stesso del proprio lavoro?) e, mi auguro per lei, ricavandone significative gratificazioni professionali e personali.

Penso anche che abbia fatto benissimo a costruirsi questo personaggio, o quantomeno, a porsi nella maniera in cui si pone: se c’è un settore in cui, al tempo di Internet, la teoria malthusiana dei salari esplica i suoi effetti più deleteri, beh, è sicuramente quello della porno. In fondo, in un mondo in cui qualsiasi coppia di stronzi con una telecamera può riprendersi mentre scopa e mettere tutto in rete in dieci minuti e soprattutto in cui si può trovare qualsiasi film gratis e in streaming, per quale motivo io produttore di film porno dovrei pagare te più del salario di sussistenza (secondo gli “habits and customs”) quando alla mia porta ho una legione di altre attrici, sostanzialmente fungibili tra di loro, che sono disposte a fare la stessa cosa? (Non è giusto ? Beh, se lo fosse stato un certo tedesco avrebbe passato le sue giornate andando a pescare invece di scrivere tutti quei lunghi e noiosi volumi sul capitale). E allora ben venga il personaggio, almeno ci si distingue…

No, io non ho un problema con la “pornostar”, ma con la “filosofa”. E questo non perché le due cose siano incompatibili fra di loro (Borghesuccio! Moralista!), ma semplicemente perché ho letto buona parte degli articoli che hanno scritto su di lei i media nazionali e devo ancora trovare l’ombra di un pensiero, non dico originale, ma semplicemente sviluppato oltre la dimensione dello slogan.

Facciamo qualche esempio: l’articolo di oggi si apre con la dirompente affermazione: “Oggi non c’è più una ragione razionale per ostacolare un sesso slegato dalla dimensione cosiddetta affettiva o amicale, un sesso creativo che può anche coesistere con forme moderne di individualità sociale o con strutture monogamiche dal punto di vista esistenziale.

Urca! Se questa è una profonda riflessione sulla sessualità ogni sabato in Piazza Trilussa va in scena un Nuovo Simposio. No, perché, ma “basta menate, perché non possiamo semplicemente scopare” è esattamente il tipo di riflessione che fai nell’età dell’acne con i tuoi amici dopo una delle tue prime canne, e che di solito si accompagna ad altre epifanie del tipo “più case e meno chiese” o il sempiterno “giusto o sbagliato non può essere reato”.

Da notare la locuzione “forme moderne di individualità sociale”, che mi porta a chiedere sommessamente come faccia l’ ”individualità” a essere “sociale” e soprattutto in cosa consista la sua forma moderna. Mi perplime poi il concetto di “strutture monogamiche dal punto di vista esistenziale”, o meglio, più che altro sono invidioso perché, personalmente, è una vita che cerco di portare avanti il concetto “ ti voglio bene, ma vorrei scoparmi tutte le tue amiche”, ma non sono mai riuscito a dirlo così bene…

Da lì a un altro grande classico della birra post-calcetto il passo è relativamente breve: “Se tu esci da questa pizzeria e chiedi a 100 ragazze di venire a letto con te, nessuna ti dirà di sì. Se lo faccio io, trovo 100 ragazzi, e non perché sono una pornoattrice” con l’ovvio corollario che “le donne usano la vagina per avere un potere sull’uomo. E non parlo solo della segretaria che vuole fare carriera. Ma soprattutto della moglie che si inventa il mal di testa per punire il marito. O della ragazza che aspetta la decima uscita per concedersi.

Ragionamento interessante, peccato che affermare che tutte quelle che non la danno a prima richiesta, ma inseriscono la propria sessualità in un discorso chiamiamolo affettivo o relazionale, stanno “usando la loro vagina per avere un potere sull’uomo” può condurre a esiti interpretativi un po’ paradossali: un tizio, invero piuttosto truce, che conoscevo, teorizzava l’equiparazione fra corteggiamento e prostituzione sostenendo che, “in una maniera o nell’altra queste vojono qualcosa da te, che je paghi la cena, che le vai a prende al lavoro, che te sistemi co loro” il che lo portava a concludere che “invece se vai in appartamento e je dai na piotta fai prima e risparmi”.

Boh, anche se rispettiamo tutti le sue opinioni (ciascuno è libero di vedere il mondo a modo suo) manco al bar è considerato uno particolarmente acuto.

L’intervistatore prosegue poi enumerando alcune battaglie della Nostra, tipo la volta in cui ha detto “ai provini accetto tutti, ma non i grillini” (che lo confesso mi ha fatto tagliare) o quando ha provocato Salvini postando una foto di una sua ganbang “all black”. Ora, al netto del fatto che trollare Salvini è un dovere civile, io, se fossi stato l’intervistatore, le avrei chiesto se non le sembrava contraddittorio battersi per una sessualità istintiva, occasionale, che segua solo il desiderio, eppoi fare del proprio corpo uno strumento di lotta, diciamo così, politico- culturale… Insomma, se l’unico criterio che ispira la tua vita sessuale è il piacere, il divertimento che so tutte ste sovrastrutture? Se utilizzare la propria vagina per influenzare un uomo è sbagliato, non pensi che utilizzare la tua,  che è un filino più conosciuta e influente della media, per cambiare la società lo sia altrettanto se non di più?

Da lì in poi si sarebbe potuto sviluppare un discorso di un qualche spessore sul rapporto fra significante e significato che andasse un po’ più in là della solita tarantella da Sexy Bar a tema “la promiscuità è divertente” (grazie Corrado che continui a combattere per noi) o “basta co sti moralismi e clericali” . A quest’ultimo proposito, se piace il genere, c’è una trasmissione apposta – “Stracult”- tre argomenti affrontati a rotazione: la commedia all’italiana, Er Monnezza e l’epopea di Schicchi, va avanti da anni, e spero che vada avanti per sempre).

Intendiamoci, Valentina Nappi può essere una profonda pensatrice con il gusto per la supercazzola (e io me lo auguro) o una deficiente che ha sentito un po’ di cazzate qua e la e le remixa perlopiù a caso. Tipo una versione sotto steroidi di quella vostra compagna di classe che ha rasoiato per anni sul filo dell’interdizione legale salvo poi scoprire Coehlo, convertirsi al buddismo e sfasciare le balle a tutti con la sua nuova profondità spirituale.

Di base fatti suoi, ma così certamente non lo scopriremo mai.

Quello che mi rattrista è la logica dietro a questo tipo interviste, il diabolico meccanismo che cerca di ridurre tutto a un un’etichetta, una polpetta grigiastra, bonificata e predigerita per una più facile assimilazione (in questi tempi di analfabetismo di ritorno, non si può dare ai lettori una visione problematica della realtà, sennò si stancano), ma ancora vagamente provocatoria, strana, bizzarra.

Bisogna fare contatti, condivisioni, magari diventare virali, sennò il traffico (e i piccioli pubblicitari) come lo otteniamo?

E allora via alla pornoattrice filosofa, alla suora cantante, al macellaio vegano, ai tre stronzi che hanno girato gli states portandosi dietro il loro divano, all’architetto che fa che le case a forma di Hello Kitty e chi più ne ha più ne metta.

Vogliamo la situazione, la battuta fulminante, la provocazione, il personaggio, o meglio ancora, il freak. E poco importa se questa overdose di minchiate sta lentamente debordando dalla colonna destra di repubblica a ambiti un filo più significativi della nostro discorso pubblico (ciao Teo!).

Il comandamento è uno solo: mai, mai chiedere perché.

Perché in una società in cui una può dire quattro minchiate latamente libertarie condendole con uno jargon vagamente aulico e passare per una geniale pensatrice, di base perché Daniele Castellani Perelli ci garantisce che “dialetticamente, Valentina è tutt’altro che facile, è un osso durissimo” (avrei dato qualsiasi cosa per assistere a questi momenti di alta maieutica), beh, è difficile aspettarsi una reazione critica rispetto a boiate di ben altro momento.

E questo è molto triste

Il worm

Annunci

One comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...